In trent’anni di insegnamento ho girato parecchi istituti scolastici e conosciuto centinaia di colleghi e colleghe: in altissima  percentuale persone preparate, aggiornate e non di rado  impegnate a lavorare al di fuori del  proprio orario di servizio senza ricevere alcun compenso. I fannulloni e gli incapaci esistono in tutti i settori lavorativi: qualcuno l’ho conosciuto e purtroppo ci ho anche dovuto lavorare insieme, con grande disagio degli alunni, delle famiglie e ovviamente anche mio.

Riporto parte di un articolo che affronta questa problematica in relazione al DDL sulla Buona Scuola.

Il vero problema: come affrontare e colpire il demerito. Per demerito nell’insegnamento non intendiamo certo il comportamento inaccettabile di chi non rispetta il contratto di lavoro (assenze ingiustificate, ritardi, omissione negli atti obbligatori, ecc.ecc.). In questi casi basta e avanza il decreto Brunetta che prevede nei casi più gravi la sospensione dal servizio e il licenziamento.

Il demerito che è alla base delle considerazioni che portano poi al mito della meritocrazia è quello relativo ai pochi docenti che sono in difficoltà nell’attività di insegnamento, che non sono in grado di gestire il rapporto e il dialogo educativo in classe, che dimostrano palese incompetenza nelle discipline insegnate, ecc. Sappiamo bene che in questi casi l’unico intervento ora possibile è quello di un ispettore tecnico che, verificate burocraticamente le contestazioni in merito alle capacità professionali, al massimo dispone il trasferimento d’ufficio ad altra scuola, spostando il problema senza risolverlo.

Il DDL risolve il problema dando facoltà al dirigente, passati i tre anni del progetto formativo di scuola, di non riconfermare il docente incapace. La soluzione è che troverà collocazione nelle scuole ghetto, senza risolvere alla radice il problema.

Il DDL risolve il problema in maniera semplicistica evitando di costruire un vero sistema di garanzia della qualità della professione docente che dovrebbe essere sostenuta anche mediante il riconoscimento di un codice deontologico professionale e di organi di autoverifica e autovalutazione della categoria (Consiglio Superiore della Docenza articolato in ambiti territoriali).

Di fatto si preferisce che sia la logica impersonale del mercato o personalissima del dirigente-capo a decidere piuttosto che rafforzare il concetto di responsabilità professionale. I risultati scolastici delle scuole non d’elite nei paesi anglosassoni sono imbarazzanti. Non crediamo che sia questa la strada da percorrere.

dalla Gilda degli insegnanti di Venezia, maggio 2015

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