Le sortite tentate dell’ormai defunto governo tecnico sull’orario dei docenti e le vergognose dichiarazioni di San Mario Monti, protettore delle banche e castigatore degli insegnanti, hanno risollevato un annoso problema.
Nei confronti dell’opinione pubblica e di larga parte dei non addetti ai lavori il luogo comune delle poche ore effettuate dagli insegnanti si basa su un clamoroso equivoco: la mancata distinzione tra ore di lezione, le uniche che vengono conteggiate, e ore di lavoro, che possiamo definire funzione docente, sintetizzata come “esplicazione essenziale dell’attività di trasmissione della cultura, di contributo all’elaborazione di essa e di impulso alla partecipazione dei giovani a tale processo e alla formazione critica della loro personalità”  (DL 297/94 – art. 395). Una cosetta da niente.
Di fronte a parole così chiare, è evidente la malafede o l’ignoranza di chi non vuole ammettere che per insegnare (dal latino lasciare il segno) non possono bastare le ore di lezione frontale in classe. Il restante impegno però non è mai stato riconosciuto, quantificato o regolarizzato per svariati motivi e in questo noi docenti dobbiamo fare un po’ di autocritica per la difesa corporativa dello status quo: una posizione che in passato ha fatto comodo solo ai lavativi (che esistono in ogni categoria di lavoratori) e ai vari governi e ministri che si sono succeduti negli ultimi decenni i quali, evitando di riconoscere questa parte fondamentale dell’orario, non hanno mai messo sul piatto della bilancia le risorse economiche necessarie per adeguare uno stipendio tra i più bassi d’Europa.
Una collega tedesca con cui ho parlato un paio di anni fa guadagna esattamente il doppio del mio stipendio, a parità di anzianità.

Una battaglia da portare avanti in maniera prioritaria da un sindacato degno di questo nome dovrebbe mirare a questo riconoscimento: un numero di ore che si può facilmente calcolare e che risultano fondamentali al fine di svolgere le attività di cui si è parlato e che ora andremo a specificare.

Le ore di lezione di un insegnante di scuola primaria sono 22 più 2 di programmazione; per la scuola secondaria  sono 18.
–  Per esperienza personale posso affermare che dietro a tale numero di ore ne servono la metà o minimo un terzo per preparare le lezioni: cioè lavorare intellettualmente, consultare testi e guide, cercare materiale in rete, preparare i compiti da assegnare, stampare schede e via dicendo. Il tutto da casa e spesso anche a proprie spese (capitolo a parte da affrontare magari in un altro post)

– A questo si aggiunge la correzione dei compiti, in particolar modo le verifiche. Se nei primi anni di scuola primaria questa voce è molto bassa, proseguendo negli studi si innalza clamorosamente, specie negli ultimi anni di scuola superiore. Ecco quindi il motivo di un minor numero di ore settimanali in classe per questi docenti.

– Un ulteriore voce da inserire nel computo totale è quella legata agli organi collegiali e ai rapporti con i genitori: colloqui individuali e consegna valutazioni, assemblee, consigli di classe, interclasse tecnica, classi parallele, collegi docenti.

– Dimenticavo la compilazione dei registri e delle pagelle (svariate decine di ore).
Alla fine, senza fare tante somme e tirare in ballo voci marginali, è lampante che l’orario di un docente non differisce più di tanto da altre categorie di lavoratori: è semplicemente più frazionato e meno semplice da calcolare.

Scriveva Luigi Einaudi:
«A me sembra che 18 ore di lezione alla settimana sia il massimo che possa fare un insegnante, il quale voglia far scuola sul serio, e quindi prepararsi alla lezione e correggere i compiti coscienziosamente […]; il quale, sopra tutto, voglia studiare»
Già, perché si dimentica che l’aggiornamento e lo studio dovrebbero essere parte integrante della professione docente, ma questo è un altro capitolo da approfondire.

Annunci